
Dalla nascita della moderna stanza della psicoterapia, frutto di un’epoca e di sguardi innovativi, le possibilità offerte ai pazienti si sono moltiplicate. Modelli di comprensione della psicopatologia, visioni psichiatriche, eziopatogenetiche e dinamiche si sono evoluti, rendendo il quadro complesso e variegato. L’offerta della psicoterapia riesce ad abbracciare le domande del mercato, sempre più cucite sulle visioni del mondo particolari dei vari attori. Questo riguarda però una bolla a cui siamo tutti esposti, e sempre di più, attraverso la costruzione implicita di algoritmi che si evolvono sulla base dei nostri interessi. Questo fenomeno, il cosiddetto filter bubble1, oggi è una realtà in atto e non un semplice rischio dell’evoluzione degli strumenti di visibilità e di rapporto. Esso permea innanzitutto i cosiddetti social, strumenti ormai sempre più devoluti alla pubblicità e al marketing piuttosto che all’aggregazione e alla connessione.
Eppure, ancora oggi, gli utenti che chiedono un percorso terapeutico, al netto di possibili passioni e curiosità sul tema, continuano a domandare una cura sulla base del transfert, del carisma dello psicologo, della vicinanza a casa, dell’affidamento a piattaforme online che li mettono in contatto con un professionista o, banalmente, del passaparola. È difficile che si incontri un utente che domandi nello specifico un percorso di psicoterapia secondo un determinato modello. E, malgrado l’informativa che noi psicologhe e psicologi forniamo rispetto al nostro metodo terapeutico, difficilmente tale spiegazione è capace di influire davvero sulla modalità con cui la persona si interfaccia alla cura.
È semmai più presente il discorso contrario: in un percorso sufficientemente adeguato è la psicologa, o lo psicologo, che si adatta alla persona, senza colludere con ciò che essa vuole consciamente o inconsciamente dalla cura, ma per permettere che il suo mondo e la sua persona si manifestino all’interno del percorso. Partendo da un indirizzo terapeutico non direttivo, come la psicoanalisi, non è raro rendersi conto di non stare facendo lo stesso lavoro con tutte le persone, di non stare attuando una terapia standard, bensì più terapie. L’incontro con i pazienti è infatti diverso l’uno dall’altro. Questo testimonia la caratteristica fondamentale di ogni cura e, se mi fosse chiesto quale sia la dote fondamentale di ogni psicologo o psicologa, risponderei che essa ha a che fare con la possibilità di riuscire ad abitare posizioni e percorsi molto diversi senza snaturarsi.
Il lavoro psicoterapeutico deve essere un lavoro sulla diversità: una diversità che, in prima istanza, chi esercita questo mestiere è chiamato ad affrontare personalmente come prerogativa fondamentale del proprio lavoro. Entro la propria mente, infatti, il terapeuta accoglie mondi e frammenti di storie, spesso emotivamente carichi, che difficilmente possono raccordarsi l’uno con l’altro. Egli agisce innanzitutto come una tela capace di accogliere tutte queste pennellate e tutti questi tratti così differenti; è una città accogliente, che non ghettizza, né controlla o classifica. Lo sforzo di tenere tutto sotto controllo e di capire a ogni costo è ciò che stride di più nell’incontro con l’alterità. Questo, a mio avviso, è uno degli insegnamenti più grandi della psicoanalisi ed è anche ciò che mi fa dire oggi, in un mondo personale sempre più chiuso e ristagnante, sempre più reazionario e aggressivo, che la psicoanalisi — o questa impostazione nel lavoro psicoterapeutico — riesce a curare a partire dalle sue fondamenta: cioè che si tratta dell’esperienza divergente di un rapporto con il mondo e con gli altri in una società sta divenendo sempre più controllato e limitante, senza che i singoli attori riescano a esserne del tutto consapevoli.
- Questo fenomeno è stato descritto da Eli Pariser nel 2011 per indicare l’effetto di isolamento prodotto dalla personalizzazione algoritmica dei contenuti: ciò che vediamo online non è mai neutro, ma viene progressivamente modellato sulla base dei nostri interessi, delle nostre ricerche e delle nostre interazioni precedenti. La conseguenza è che l’utente può ritrovarsi dentro una bolla informativa apparentemente libera, ma in realtà sempre più aderente alle sue preferenze e sempre meno esposta all’incontro con l’alterità. ↩︎
